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Calcio in tv, in Italia torna la Championship inglese

championshipnpowerSulla tv italiana torna la Championship, l’affascinante corrispettivo della nostra Serie B. Ad aggiudicarsi i diritti è stata Gazzetta TV, l’emittente sportiva del gruppo Rcs che trasmette sul canale 59 del digitale terrestre. Esclusiva per anni di Sportitalia, la Championship era scomparsa dai palinsesti nazionali da tempo e ora torna grazie all’offerta del canale legato allo storico quotidiano rosa, che lo scorso mese ha mandato in onda tutte le partite della Copa America di calcio, l’importante torneo delle nazionali sudamericane vinto dal Cile padrone di casa. Che sia proprio questa la nuova strategia di Gazzetta TV? Quella di puntare su tornei e campionati stranieri lasciati liberi dai grandi colossi della pay-tv? Di certo, sia la Copa America che la Championship non rappresentano affatto campionati ‘minori’, potendo contare su un discreto numero di appassionati in tutto il mondo e su uno spettacolo (calcistico e di contorno) di grande livello. La visione in chiaro della Championship è un tratto distintivo italiano sin dai tempi di Sportitalia; in Inghilterra, infatti, alcune partite vanno in onda su Sky Sports, mentre in Francia vengono trasmesse da beIN Sports, il network di canali sportivi a pagamento di proprietà di Al Jazeera.

Resta da capire come Gazzetta TV riuscirà a far fronte a un volume di diritti che, come noto, in Inghilterra tocca punte da capogiro. Per fare l’esempio riportato da Football Religion, nella stagione 2013-14, la squadra del Cardiff, ultima classificata della Premier League, il massimo campionato inglese, ha incassato 74,5 milioni di euro contro i 36,9 del Bayern Monaco, vincitore della Bundesliga tedesca e squadra di blasone europeo e mondiale. Ciò spiega, in parte, anche l’avvincente bellezza della Serie B inglese, dove a fianco dell’indubbia forza della tradizione, c’è anche una competitività agonistica legata alla possibilità per le 24 squadre (uno dei campionati più lunghi d’Europa) di arrivare tra le prime tre e accedere così al Paradiso dorato della Premier.

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Slow Tv, il fascino della lentezza sulla tv norvegese

Chi l’ha detto che la noia non può funzionare in televisione? Davvero la lentezza è nemica dell’intrattenimento? A giudicare da quel che accade da alcuni anni in Norvegia, sembrerebbe di no. ‘Slow Tv‘ è il nome con cui viene identificato questo inedito fenomeno sociale e mediatico che sta trasformando usi e consumi della televisione nel placido e tranquillo Paese scandinavo. La definizione, tuttavia, rende solo parzialmente idea del successo e delle sue motivazioni più profonde. Paesaggi mozzafiato, memorie personali, relax immersivo dopo una giornata frenetica, recupero di un’identità nazionale; tutto questo si fonde nei programmi (se così si possono chiamare) che la NRK, la tv pubblica norvegese, ha lanciato nei propri palinsesti come autentica scommessa e sfida ai format più diffusi. Già nella stagione 2009-10, per esempio, il primo esperimento di ‘Slow Tv’ coinvolse complessivamente 1.200.000 spettatori, più del 20% dell’intera popolazione nazionale che si attesta intorno ai 5 milioni: si trattava, nientemeno, del programma ‘Bergensbanen – minutt for minutt‘, la diretta completa di un viaggio in treno da Bergen a Oslo della durata complessiva di 7 ore e 14 minuti.

Poco dopo, è stata la volta di ‘Hurtigruten – minutt for minutt‘, la diretta di ben 134 ore (!) di una crociera lungo le coste norvegesi. Ciò che sorprende, nel relativo successo di pubblico della ‘Slow Tv’ è il fatto di trovarsi di fronte a un fenomeno non pienamente spiegabile con le categorie classiche della televisione; considerato una risposta all’invasione dei reality, dei factual, dei talent, dei canali all news dove deve sempre accadere qualcosa di eclatante, il fenomeno della ‘televisione lenta’ nasconde il proprio segreto proprio nella capacità di non far succedere sostanzialmente nulla per ore e ore. Eppure, a ben guardare, della real tv, del factual o del docu mostra l’aspetto più crudo ed essenziale, senza commenti o interruzioni.

Ecco perchè c’è chi si spinge a considerarlo un vero e proprio nuovo genere, meritevole di studi, analisi e approfondimenti meno ironici e superficiali di quelli che ne hanno accompagnato gli esordi: un seguitissimo blog (slowtelevision.blogspot) è nato proprio con l’intento di fornire una base teorica e scientifica al fenomeno, indagandone la storia, le prospettive, gli effetti sugli spettatori, gli adattamenti. Già, perchè naturalmente la ‘Slow Tv’ ha già varcato i confini norvegesi: accortasi dell’interesse che le serie scandinave generavano sul pubblico inglese, la BBC ha subito intrapreso una propria sperimentazione del genere, dedicando il proprio BBC Four a ‘dirette’ come ‘Dawn Chorus: The Sounds of Spring‘ o il tour di tre ore della National Gallery. E persino gli Stati Uniti, attraverso l’interessamento della piccola casa di produzione indipendente LMNO, sembrano in procinto di farsi coinvolgere dal fascino ambiguo e discreto di una televisione che, una volta tanto, non sembra avere fretta.